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CULTURA
31 gennaio 2011
I beni culturali in Parlamento. Idee a confronto

Andando oltre la strumentalizzazione politica, ladiscussione delle mozioni di sfiducia al Ministro per i Beni e le AttivitàCulturali ha avuto il merito di portare in Parlamento la “questione beniculturali”.

L’attuale indirizzo politico in materia è stato delineato apartire dal “ruolo che la cultura può avere per lo sviluppo economico e nonsoltanto civile e democratico” e dalla necessità di “riformare il Ministero”.

Riformare il Ministero, in particolare in uno degli aspettipiù delicati, e più rilevanti, del suo compito istituzionale: quello diverificare la compatibilità delle “opere pubbliche” –che in questa visione siidentificano con lo “sviluppo economico del Paese”- con le esigenze di tutela delpatrimonio storico, artistico, archeologico e paesaggistico. Compito a causadel quale “è divenuto con il tempo il Ministero del no allo sviluppo economico del Paese, il Ministerodegli ostacoli allo sviluppo economico del Paese, senza con questo, peraltro,riuscire effettivamente a tutelare i beni culturali ed il paesaggio”.

Che l’azione di tutela del patrimonio culturale, che non èun capriccio dei soprintendenti ma che il Ministero compie in base alla leggeattualmente vigente (legge che, pare opportuno ricordarlo, protegge tutti i beni culturali e non solo quelli di maggiorerilevanza) e al mandato esplicitato dall’articolo 9 della Costituzione,costituisca un ostacolo allo sviluppo economico del paese è di per se stessaaffermazione di un certo peso e di una certa gravità.

Le une e le altre esigenze, in questa visione, sonoperennemente in contrapposizione.

Così come è di un qualche peso e gravità ritenere ilMinistero incapace di tutelare il patrimonio, senza indagarne e spiegarne leragioni con qualche onestà.

 

L’idea di riforma proposta perché lo sviluppo economico nonresti imbrigliato nelle maglie della tutela del patrimonio appare oziosa.

Si vorrebbe un “Ministero che contribuisca ad individuaredelle soluzioni soprattutto attraverso la collaborazione con gli enti locali, icomuni, le regioni ed i privati. Soluzioni che sono dei punti di equilibrio frale ragioni, da una parte, della tutela del patrimonio e, dall’altra, leragioni, altrettanto importanti, dello sviluppo economico”.

È già così, ciò che si va cercando il Ministero lo fa giànella quotidiana realtà dei suoi uffici periferici. O almeno ci prova, cosìcome prova ad adempiere al meglio il proprio compito di tutela, dribblando, perquanto possibile, le molteplici difficoltà derivanti dalla carenza di denaro edi personale e dalla soverchia burocrazia.

 

Ugualmente carica di conseguenze è l’idea che la soluzionedell’impasse che viene a crearsi tra le esigenze della tutela equelle dello sviluppo economico sia nominare commissari “con l’obiettivo disemplificare ed abbreviare almeno i tempi per le autorizzazioni”, per liberarei progetti delle opere pubbliche dalla gogna della tutela del patrimonio.

Una soluzione ex postche rischia di vedere sempre, o quasi sempre, le esigenze della tutela piegatea quelle dello sviluppo, ilpatrimonio storico, archeologico e paesaggistico perdere contro le grandiopere, la legge di tutela aggirata in nomedello sviluppo.

Non si potrebbe, più semplicemente, applicare la legge?

Quella legge, ad esempio, che impone alle regioni, incollaborazione col Ministero, di redigere i piani paesaggistici, strumentipensati proprio per programmare e promuovere lo sviluppo del territoriotutelando, al contempo, il relativo patrimonio materiale e immateriale.

Quella legge, ad esempio, che impone la “verifica preventivadell’interesse archeologico” nell’ambito dei progetti preliminari delle opere pubbliche, proprio al fine di arrivareal progetto definitivo ed esecutivo con già in tasca la soluzione, il punto diequilibrio tra “le ragioni da una parte della tutela del patrimonio edall’altra le ragioni, altrettanto importanti, dello sviluppo economico”.

Non sarebbe più semplice applicare la legge (quante regionihanno effettivamente predisposto i piani paesaggistici?), magari ancheaggiustarla e migliorarla, piuttosto che perseverare nell’accreditare loscellerato preconcetto che il patrimonio culturale blocchi lo sviluppo? Preconcetto che, per altro, apparesempre meno vivo tra la gente, che comincia a domandarsi se lo sviluppoeconomico passa davvero esclusivamente attraverso la cementificazione.

Forse non sarebbe superfluo ripensare l’approccio, ripensarel’idea di città e di territorio alla luce di quello “sviluppo sostenibile” delquale si fa tanto parlare ma che, nei fatti, è stritolato dalla logica delconsumo e della speculazione. Uno sviluppo al quale possano contribuire anche ibeni culturali.

 

Non sarebbe più semplice, e più produttivo in unaprospettiva a lungo termine (ché una prospettiva a lungo termine è indispensabile),assicurare agli uffici preposti gli strumenti –semplificazione burocratica,denaro, personale- necessari a svolgere il compito in modo adeguato, anzichéperseverare nella logica dell’emergenza e dei commissariamenti?

Il Ministro rivendica allo Stato le prerogative in materiadi tutela, ma descrive un presente (con gli esempi della metropolitana diNapoli e di Roma) e prospetta un futuro in cui tali prerogative devono, quasisenza se e senza ma, piegarsi allo “sviluppo economico”, anziché contribuirvi.

Il Ministro rivendica allo Stato le prerogative in materiadi tutela ma non propone né iniziative né, tanto meno, una strategia adeguata arendere fattive tali prerogative.

Nonostante in altra occasione parlamentare il Ministro abbiaposto il problema della carenza del personale tecnico che va ad incidere, e nonpoco, sull’attività di tutela (“dovremmo assumere almeno, e dico almeno, 50architetti e 80 archeologi per far fronte all’emergenza”), in questacircostanza non una parola è stata spesa a chiarire se e quando si intenda farfronte ad un’emergenza che si avvia ad essere irrimediabile. Non una parola èstata spesa su una questione non certo secondaria e sulla quale si èpronunciato, con preoccupazione, anche il Consiglio Superiore per i Beni Culturalie il Paesaggio.

Per la verità un piano, straordinario, di interventi con alcentro la tutela e l’assunzione di personale è stato proposto (con unemendamento al decreto mille proroghe)...ma solo per Pompei.

Ben venga, non sarò certo io a dire che non serve. E ilresto del patrimonio?

Prevale la logica del presunto ritorno economico, tantomeglio se è uno dei siti archeologici più straordinari del mondo, la cuifragilità ha fatto da poco il giro del mondo e dove urge rimediare al dannod’immagine causato dalle mancanze, dello Stato, alla sua manutenzione che hannofatto lo stesso giro del mondo.

Si procede in modo sostanzialmente miope, ci si rifà iltrucco senza lavarsi la faccia...

 

Possiamo sempre sperare che sia solo l’inizio...e che alpiano straordinario per Pompei segua un piano per il patrimonio culturaleitaliano.

Magari accogliendo le critiche e le proposte delleopposizioni, che hanno dato voce agli appelli degli addetti ai lavori a porrerimedio alla carenza di personale del Ministero, anche con un emendamento aldecreto mille proroghe che consentirebbe di derogare al blocco delle assunzionie far scorrere le graduatorie dell’ultimo concorso espletato.

“La macchina del Ministero si è inceppata appesantita dallariduzione del personale, dal blocco delle assunzioni”, esito di quella politicadi tagli, da tempo applicata alla pubblica amministrazione in modoindiscriminato, che ha prodotto un “ridimensionamento del Ministero lasciandodrammaticamente scoperti settori tecnici indispensabili tra cui in particolarequelli degli architetti e degli archeologi” e la progressiva perdita di quella“professionalità straordinaria” degli storici dell’arte, degli archeologi edegli architetti “di cui il nostro paese andava fiero e che oggi rischia di estinguersi”(Giovanna Melandri).

“Riteniamo che con uno sforzo (..)  proprio in questa fase del decreto mille proroghe sipotrebbe provare per quanto riguarda il personale, a far scorrere legraduatorie dei concorsi e in questo senso attraverso un emendamento abbiamofornito tale indicazione” e ancora “ Non esistono più funzionari pubblici tra iventi e i quarant’anni (...) i concorsi espletati da anni sono bloccati” (FabioGranata).

“Non sono state sbloccate le assunzioni, in particolare persovrintendenti, architetti e archeologi” (Renzo Lusetti).

“Si prevede che nei prossimi anni il Ministero perderà 5500dipendenti su 23000, mentre già oggi la carenza degli organici è tale che moltisoprintendenti devono farsi carico non di una soprintendenza ma di due, qualchevolta anche di tre. Abbiamo chiesto che fossero assunti giovani validi e braviche hanno già superato le prove di concorso” (Rocco Buttiglione).

Aggiungerei che non sarebbe superflua nemmeno unaregolamentazione seria delle professioni culturali, primi fra tutti gliarcheologi che non esistono al di fuori delle strutture ministeriali nonostantela loro indiscutibile necessità e illoro costante supporto all’azione di tutela.

Non sarebbe questa una efficace collaborazione dello Statocon i privati?

Non sarebbe questa una vera riforma?

 

Debole, nell’attuale indirizzo politico del Ministero, anchel’approccio al problema delle risorse economiche, che ha eluso la questione deitagli ai finanziamenti e declinato la responsabilità dello “scandalo” di unpaese che per i beni culturali “spende poco e meno degli altri Paesi europei”.Certo, non è responsabilità del Ministro in carica se l’investimento pubbliconei beni culturali è, da sempre, ben poca cosa.

Responsabilità del Ministro in carica è limitarsi a prenderneatto, non impegnarsi a fare diversamente, usare il passato come alibi. Il cheequivale a condividerne la sostanza.

 

Il problema delle risorse, ha detto il Ministro, esisteanche perché “spendiamo male, eroghiamo finanziamenti a pioggia, non finalizziamoi contributi in progetti qualificanti come fanno gli altri Paesi e addiritturanon siamo in grado di spendere le risorse che abbiamo”. Risorse che potrebberoessere spese e spese meglio se “musei e aree archeologiche fossero amministratida personale efficiente, capace di dirigere i musei e le aree archeologiche”.Cioè da managers che, “fermo restando ilruolo di tutela dei soprintendenti”, si occupino della valorizzazione e dellagestione.

 

Spendiamo male? Credo che sia vero. Come non condividere, perfare un esempio, le perplessità sulla società ARCUS S.p.A.? Società che “costaqualche milione l’anno di indennità peri consiglieri d’amministrazione e per idipendenti che non si capisce bene che cosa facciano” e “ha distribuito apioggia qualcosa come 250 milioni di euro” (Antonio Borghesi).

Denaro che gioverebbe spendere prima per la tutela ordinariadel patrimonio, poi per altri progetti di interesse e valore culturale. Nonsembra così irragionevole, soprattutto se occorre spendere meglio: 250 milionidi euro sono, più o meno, la cifra degli attuali tagli al Ministero.

Non sembra così irragionevole: se la tutela è e restaprerogativa dello Stato, come lo stesso Ministro ha ripetutamente affermato, èe resta responsabilità dello Stato anche il suo finanziamento.

 

È questione di scelte, di scelte politiche.

 

La voce delle opposizioni ha fissato i principi in base aiquali si possono scegliere i beni culturali quale progetto qualificante per l’Italia.

La cultura ha un “ruolo costituzionale fissato dall’articolo9 di ben più alto livello, di più alto spessore” rispetto alla “suggestione chela cultura serva a produrre reddito, a produrre turismo, a creareun’industria”, la funzione di “ricordarci chi siamo, qual è il fondamentodell’identità nazionale”, e non “un lusso che si può tagliare o, con un’altrastortura, esclusivamente una fonte di guadagno”: l’idea che la cultura “devefuoriuscire dalla sacca di peso rispetto al bilancio dello Stato e diventareproduttiva è un’affermazione assolutamente fuori dalla realtà per un patrimonioculturale come quello italiano che solo per essere tutelato e salvaguardatoattraverso opere di ordinaria manutenzione, oltre che di restauro e quindisuccessivamente di valorizzazione, ha bisogno di risorse enormi. Lo Stato e ilGoverno devono avere il coraggio di dire e di ammettere che in cultura bisognainvestire e che spesso l’investimento in cultura, da un punto di vistaproduttivo, è inizialmente a fondo perduto, perchè serve a qualcosa di piùimportante”(Fabio Granata).

I beni culturali sono “una prospettiva strategica e unadelle poche risorse non delocalizzabili del nostro paese”(Giovanna Melandri) eun“fattore fondamentale di sviluppo” anche “come occasione per nuovaoccupazione” (Michele Ventura).

 

Proprio in virtù della loro funzione, preservare lamemoria della comunità nazionale e promuovere lo sviluppo della cultura (arti. 1 del Codice dei Beni Culturali e delPaesaggio), proprio in virtù di quella memoria che custodiscono e trasmettono, i beni culturalisono una risorsa, un valore aggiunto. A condizione di preservarli dal degrado,conoscerli, condividerne la conoscenza e a condizione di non perderne il sensoprofondo.

E possono produrre.In quanto volano per il turismo, certo. Ma soprattutto in quanto lavoro: preservare i beni culturali dal degrado,conoscerli, condividerne la conoscenza e mantenerne il senso profondo sono un lavoro e non solo un "dovere", una"responsabilità" o, al contrario, un "lusso", uno"spreco di denaro pubblico". Un lavoro.

La disoccupazione non è una delle grandi preoccupazioni delnostro tempo?

 

Ma le scelte vanno in altra direzione, l’unica strada chesembra percorribile è quella concentrare le risorse laddove si ritiene lecitoaspettarsi un ritorno economico, e non a tutto il patrimonio come diconoCostituzione e legge. Di rovesciare le priorità nel rapporto tra tutela evalorizzazione e fraintendere la valorizzazione, cioè la promozione dellaconoscenza del patrimonio culturale (art. 6del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio) in commercializzazione.

Per generare l’ambito meccanismo che renderebbe produttivi i beni culturali, diventa prioritaria lavalorizzazione al fine di alleggerire, o sostituire?, l’impegno economico delloStato, attraverso forme di gestione manageriale e partecipate da istituzioniterritoriali e privati e strategie di marketing aziendale.

Il modello, così come è stato concepito con lavalorizzazione quale prima necessità al fine di fare cassa, non funziona. “Si ha un’idea falsa dellapossibilità di generare un meccanismo di autosufficienza economica, quindigestionale e quindi legata alla valorizzazione del settore”(Fabio Granata).Anche qualora il guadagno ci fosse, come potrebbe essere sufficiente?

Il modello non funziona “proprio in una corretta otticamanageriale”, che presuppone “il mantenimento in vita e in pristino di ciò che si vuole vitale per la valorizzazione”;non funziona “l’idea che la valorizzazione trovi le risorse e poi con essa siporrà mano alla tutela, alla manutenzione ordinaria e straordinaria” perché“nel frattempo poco sarà rimasto e male da tutelare” (Eugenio Mazzarella). Ahla manutenzione ordinaria...che non è un altro capriccio dei soprintendenti, maun complesso di misure di salvaguardia e conservazione mirate a prevenire lanecessità di grandi e sempre costosi e sempre invasivi (per i beni culturali)restauri e a dare continuità, e slancio, alla valorizzazione. Un complesso dimisure ordinarie che necessitanodi finanziamenti ordinari miratead evitare interventi straordinari chenecessitano di investimenti straordinari. Un risparmio e non uno spreco.

Servono i managersper spendere meglio o serve piuttosto una programmazione, una strategia?

Non funziona “l’idea che la cultura della managerialità,privati e fondazioni fossero le parole che avrebbero tratto d’impacciodall’incapacità di trovare nel bilancio dello Stato risorse adeguate,corredandole a politiche efficaci” (Eugenio Mazzarella).

 

Servono i managersper dirigere musei e aree archeologiche? Non so, io credo che tutela e valorizzazionenon possano in alcun modo essere disgiunte, a meno di non svuotare il contenutodella valorizzazione, cioè la conoscenza del patrimonio. Credo che musei e areearcheologiche abbiano bisogno prima di tutto di archeologi, architetti estorici dell’arte che tutelino, conoscano e condividano la conoscenza. Come neigrandi musei del mondo, come, ad esempio, al Louvre.

Poi, perché no?, il manager, se per manager si intende unafigura professionale che sappia supportare archeologi, architetti e storici dell’artein quel passo, talora difficile, tra la conoscenza storica, archeologica,artistica, paesaggistica e la sua corretta presentazione al grande pubblico.

Che è questa è la valorizzazione del patrimonio culturale.

 

Serve il contributo di comuni, province, regioni e privati?Sì che serve, anzi è auspicabile e in parte già regolamentato, ma non ècredibile che possa sostituire l’impegno dello Stato.  

E anche qualora fosse questo, in prospettiva, possibile, nelfrattempo che si riscrivono le regole del gioco non può venire meno l’impegnodello Stato: “anche qualora si condivida questo modello, è chiaro che la suaimplementazione richiede tempo ed una legislazione appropriata che incentivil’investimento privato. Se non si fa questo e si chiude l’investimento pubblicoil risultato è uno solo: la distruzione del patrimonio culturale e la mortedella cultura” (Rocco Buttiglione).

Ben vengano iniziative come quelle di Diego Della Valle peril restauro del Colosseo, e, sì, ci vorrebbe “una strategia nazionale di quellerisorse pubbliche a cui si possono associare risorse private in luoghi e per lavalorizzazione di beni culturali e archeologici forse meno noti al grandepubblico ma altrettanto bisognosi di interventi” (Giovanna Melandri).

Una “strategia nazionale” che dovrebbe essere un’operazioneculturale di ampio respiro, ove lo Stato sia esempio e latore delle ragioni culturali che possonoconvincere il privato a partecipare.

 

Così, mentre lo Stato oggi non può (o non vuole?)permettersi il lusso (?) di conoscere, tutelare, conservare e valorizzare ibeni culturali in quanto l’insieme di tali attività costituisce un investimentoimproduttivo e appare impantanato nella ricerca della formula magica cherisolve tutto, il Ministero non è più in grado di attuare l’articolo 9 dellaCostituzione (Andrea Carandini, Presidente del Consiglio Superiore dei BeniCulturali e del Paesaggio http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=77732).

 

Coloro che invece, finalmente, hanno mostrato un qualcheinteresse serio accogliendo le istanze del mondo dei beni culturali e dandoloro voce in Parlamento, non facciano passi indietro.

I beni culturali hanno urgente bisogno di una politica nuovae di interventi immediati, per altro già individuati, per evitarne l’imminentetracollo.

Io, noi tutti che ai beni culturali abbiamo scelto didedicarci, abbiamo bisogno di sapere che le parole pronunciate in Parlamento,che non è una sede qualunque, non sono solo parole ma idee concrete darealizzare. Al più presto.

 

 

CULTURA
3 dicembre 2010
il piano (stra)ordinario per Pompei...e il patrimonio archeologico che non è Pompei?

Il"piano straordinario" per Pompei annunciato dal MIBAC elencaprovvedimenti che costituiscono il dovere minimo dello Stato nei confrontidel patrimonio archeologico che è chiamato a proteggere.

Disporredi Soprintendenti "con poteri più incisivi per la tutela" dei sitiloro affidati, "personale tecnico addetto"e "archeologi, architetti e operai specializzati" sufficienti adassicurare la tutela e la pubblica fruizione dei siti non dovrebbe essere un eventostraordinario mala normalità.

Piuttostoche niente meglio piuttosto...

Pompei èun sito speciale e merita senza dubbio un'attenzione speciale.

Manon è l'unico.

Nondimentichiamo, per favore, che non è l'unico.

Ilpiano sarebbe realmente straordinario se, finalmente, da ora divenisse laregola dell'azione dello Stato e se riguardasse tutto il patrimonioarcheologico, tutto il patrimonio culturale.

CULTURA
2 dicembre 2010
Beni culturali arrivederci...o addio?

La seduta parlamentare per la mozione di sfiducia alMinistro per i Beni e le Attività Culturali è saltata.

Era un’occasione speciale perché la politica siconfrontasse, in Parlamento, con i proclami delle ultime settimanesull’importanza del patrimonio culturale e sulla necessità della sua tutela.

Perché ai proclami seguisse un serio interesse, se nonproprio un impegno, ad affrontare la questione con qualche serietà.

Ma quei proclami erano solo parole, come sempre.

Mentre i problemi restano e resta la superficialità e lamanchevolezza dell’approccio politico.

Da una parte (politica) si continua ad ignorare i problemireali della tutela, a cercare soluzioni laddove non ci sono (per esempio con lastabilizzazione di 150 precari della Protezione Civile necessari “anche inrelazione alle complesse iniziative in atto per la tutela del patrimonioculturale”) anzi che attingere dal patrimonio, disponibile, di professionalitàadeguate, accertate e selezionate con criteri trasparenti, a rifiutare diascoltare chi propone, con le competenze per farlo, misure concrete perché nonvada tutto irrimediabilmente perso.

Dall’altra parte (politica) si sorvola e si lascia nonfare e imporre iniziative a dir pocodiscutibili.

Come la stabilizzazione di 150 precari della ProtezioneCivile necessari “anche in relazione alle complesse iniziative in atto per latutela del patrimonio culturale”.

E mi ripeto sì, perché questo provvedimento, passatopressoché inosservato, pone questioni di una certa gravità, anche prescindendo(?) dalla consuetudine ad un immorale esercizio del potere, nei confronti delquale non si indigna, ahimé, più nessuno.

Il provvedimento decreta la svalutazione delleprofessionalità del settore. Alla tutela del patrimonio culturale non servonoarcheologi, architetti, storici dell’arte, bibliotecari, archivisti, assistentialla vigilanza ecc., con la loro formazione ed esperienza specialistica especializzata, magari anche già valutata idonea alle necessità delleistituzioni che di quel patrimonio si occupano. È sufficiente disporre di persone, qualunque sia la loro preparazione o competenza,meglio se impreparati o incompetenti. Di beni culturali si possono occuparetutti. Non importa se male.

Il provvedimento tradisce la volontà di liquidare la tuteladel patrimonio culturale come “emergenza”, imbrogliando il dovere diconsiderarla una precisa responsabilità. Cui far fronte con un’attività programmata e nonimprovvisata, costante e non estemporanea, supportata da adeguati “saperi”(tecnici e storici) e non da malcelati populismi.

Per (s)fortuna c’è Pompei, che crolla muro dopo muro.

Per (s)fortuna c’é Pompei, almeno finché i crolli farannonotizia.

O finché ci saranno muri da crollare.

 


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CULTURA
30 novembre 2010
Al via la campagna "Abbracciamo la cultura"

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CULTURA
30 novembre 2010
Altro crollo a Pompei. Per favore non chiamatela emergenza
Non è emergenza è responsabilità.
La responsabilità di non ammettere che il sistema della tutela del patrimonio culturale ha bisogno immediato di fatti. 
E i fatti sono investimenti in denaro e in persone.
Un sistema di finanziamenti ordinario, programmato, agile ma trasparente, dedicato a tutte le attività (tutela e valorizzazione) e a tutto il patrimonio culturale.
Una seria e trasparente gestione e valorizzazione del capitale umano, quello che c'è già e quello che è pronto ad esserci.


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CULTURA
30 novembre 2010
Ancora "emergenza" per i beni culturali

Un colpo basso, l'ennesimo.

Non è solo lo spettacolo dei potenti che riscrivono le regole per garantirsi altro potere, e già basterebbe.

È anche l'alibi addotto che fa soffrire e umilia, come immagino accada ad altri in circostanze analoghe.

La deroga al blocco delle assunzioni che ha consentito alla Protezione Civile di stabilizzare 150 precari (http://espresso.repubblica.it/dettaglio/bertolaso-lultima-vergogna/2139116) è spiegata con la necessità di quel personale "anche in relazione alle complesse iniziative in atto per la tutela del patrimonio culturale".

Mi piacerebbe sapere quali sono queste iniziative.

Mi piacerebbe sapere quali sono le "esperienze acquisite" che si intende "valorizzare".

Mi piacerebbe sapere quali sono le competenze del personale assunto che dovrà occuparsi di tali iniziative.

Mi piacerebbe sapere sulla base di quali criteri competenze ed esperienze sono state valutate.

Mi piacerebbe sapere perché il blocco delle assunzioni nella pubblica amministrazione è stato tolto per assumere, senza concorso, il personale in questione, necessario "anche in relazione alle complesse iniziative in atto per la tutela del patrimonio culturale".

Mi piacerebbe sapere perché, invece, il blocco delle assunzioni NON è stato tolto per assumere persone in possesso dei requisiti richiesti, abilitate da un pubblico concorso ad occuparsi della tutela del patrimonio culturale e inserite in specifiche graduatorie di merito.

Mi piacerebbe sapere perché a queste persone viene chiesto di aspettare il proprio turno - stabilito dai meccanismi (perversi) del turn over e dei tagli agli organici - mentre la tutela del patrimonio culturale viene, nel frattempo, affidata ad altri, non selezionati con le stesse modalità.

Mi piacerebbe sapere perché a queste persone viene chiesto di "rispettare la fila" mentre altri la scavalcano impudentemente e impunemente.


Mi piacerebbe che si smettesse di sbandierare l'ipocrisia del "merito".

Piuttosto bisognerebbe avere il coraggio di ammettere che per il "merito" in Italia non c'é posto.

CULTURA
30 novembre 2010
I beni culturali muoiono e noi stiamo a guardare?

l crollo della Casa dei gladiatori di Pompei ha suscitato un interesse mediatico e politico superiore alle aspettative.

Un interesse che ha precedenti inosservati (uno per tutti: http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-tutela-e-morta-e-di-tutela-si-puo-anche-morire/?printpage=undefined) e che appare strumentale in questo frangente politico. Arrivato addirittura a calendarizzare alla Camera dei Deputati una mozione di sfiducia nei confronti del Ministro per i Beni e le Attività Culturali.

Purché non diventi l'ennesima occasione persa per una politica davvero nuova dei beni culturali.


Si tratta di rimediare ad un fallimento strutturale, la cui responsabilità sta sia nelle scelte dell’attuale governo sia nella scarsa incisività delle azioni politiche degli ultimi 20 anni sia nel generale disinteresse.

I beni culturali non sono considerati una priorità né una risorsa, piuttosto un costoso fardello da decenni e la politica, specialmente ora, mira sostanzialmente a liberarsene, possibilmente guadagnandoci qualcosa (in denaro s’intende).

I beni culturali sono un valore aggiunto, una ricchezza del nostro paese solo a parole da decenni.

Con la politica degli slogan, degli effetti speciali, dei managers e dei commissari si è arrivati al punto di non ritorno.

Lasciamo da parte le ipocrisie. Non è un delitto pensare a mangiare la cultura, non è un delitto considerare la ricaduta in termini economici del patrimonio culturale.

Anche perché quei soldi servono.

Non può e non deve essere una priorità, anzi la priorità.

Sulla scia di un’artificiosa e insensata separazione tra tutela e valorizzazione, è stata totalmente ignorata una banale considerazione, e cioè che se non si conosce e se non si tutela a breve non ci sarà più un bel niente da valorizzare.

Banale considerazione alla quale ne consegue immediatamente un’altra: se non si conosce e non si tutela come si fa a valorizzare?

La valorizzazione dei beni culturali non è, semplicisticamente, la promozione di una merce su un mercato, piuttosto la promozione della conoscenza del patrimonio culturale (art. 6 Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio).

E non può essere sufficiente assicurarne le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica (art. 6 Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio) se il contenuto dell’utilizzazione e della fruizione pubblica è vuoto, o svuotato, della sua stessa essenza – la conoscenza.

Ciò, ovviamente, se il fine è ancora quello di promuovere lo sviluppo della cultura (art. 6 Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio).

Ed è stato inoltre totalmente ignorato qualcosa di assai meno banale, e cioè che la legge italiana tutela tutti i beni culturali, non soltanto quelli di maggiore rilievo archeologico, storico e, diciamolo pure, commerciale. La legge italiana non tutela soltanto quei beni culturali dai quali è possibile (?) ricavare un eventuale guadagno economico. Li tutela tutti.

E la stessa legge italiana subordina la valorizzazione alle esigenze della tutela: la valorizzazione è attuata in forme compatibili con la tutela e tali da non pregiudicarne le esigenze (art. 6, comma 2 Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio).

Il punto è che, se vale ancora l’impegno costituzionale a proteggere il patrimonio storico e artistico della Nazione (art. 9 della Costituzione della Repubblica Italiana), se vale ancora l’assunto che la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale concorrono a preservare la memoria della comunità nazionale e del suo territorio e a promuovere lo sviluppo della cultura (art. 1 Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio), bisogna fare tutto, tutela e valorizzazione e bisogna farlo bene.

Dirò anche di più, la valorizzazione è in se stessa una forma di tutela e non può essere affidata a figure altre rispetto a quelle che si occupano della tutela.

Si fa un gran parlare della necessità di una gestione manageriale. Onestamente questa necessità mi sfugge. Gli incarichi che si vogliono affidare ad un manager li svolgono già i funzionari amministrativi, insieme ai soprintendenti e ai funzionari tecnici (archeologi, storici dell’arte, architetti ecc.).

O meglio, li svolgerebbero se ci fossero.

La diminuzione dei finanziamenti e il mancato ricambio del personale nelle strutture statali sono fatti (non parole) che hanno, nel tempo, logorato un sistema già fragile nei suoi presupposti.

Se la prima mossa è, inevitabilmente, quella di ripristinare finanziamenti sufficienti a rispettare la Costituzione e la Legge, la mossa successiva, e conseguente, non può che essere quella di dotare le strutture dello Stato di un organico adeguato.

Prima di affermare, in modo abbastanza imprudente, che il personale delle Soprintendenze non ha le capacità per gestire l’immenso patrimonio culturale italiano, si dovrebbe metterlo in condizione di lavorare bene, sia per la tutela sia per la valorizzazione.

Che tradotto significa assunzioni.

Una parola delicata –assunzioni- da pronunciare in questo periodo, perché al contrario si stanno riducendo drasticamente gli organici della pubblica amministrazione, per ridurre sprechi e inefficienze, siamo tutti d’accordo, ma a prescindere dalle reali necessità dei diversi settori.

E sperperando denaro in discutibili iniziative come l’istituzione e il mantenimento della società Arcuspolverizzazione dei finanziamenti tra Stato, Regioni, Province e Comuni e chi più ne ha più ne metta, che non ha dato, non dà e non darà buoni frutti, perché la tanto sbandierata collaborazione non è mai o quasi mai tale.

Ho sentito da più parti che in questo stato di emergenza non possiamo permetterci di mandare in pensione “gli uomini di esperienza del Ministero”. Al contrario, con tutto il rispetto per loro e per il loro lavoro, eccezionale nella disastrosa situazione nella quale si sono trovati ad operare, una delle misure più concrete per il rilancio della politica dei beni culturali è proprio lo svecchiamento del personale.

I meccanismi del turn over e della riduzione degli organici hanno, nei fatti e non nelle parole, mortificato il ricambio generazionale e svuotato gli uffici di persone e di competenze. L’esperienza e le capacità del personale che è andato in pensione e che andrà a breve in pensione si sono perse e si perderanno anziché trasmettersi a chi è o sarà chiamato a sostituirlo.

Il punto della situazione è riassunto nel Comunicato stampa del Comitato vincitori e idonei concorso MIBAC 500 (vedi il relativo post).

Sarebbe bello se questa prospettiva, ridare dignità ad un settore che sta morendo partendo dalla sostanza e non dall’apparenza, partendo dalle persone e dalle professionalità e non da annunci di un fantomatico quanto inutile restyling, sia presa in considerazione.


Ma si può fare anche di più. 

Anche nel migliore dei sistemi possibili, è impensabile che le strutture dello Stato dispongano costantemente di personale tecnico sufficiente a far fronte a tutte le esigenze del patrimonio culturale italiano, che –nessuno si stanca di portarlo ad alibi – è immenso.

Il ricorso a collaboratori esterni è una prassi obbligatoria e ormai consolidata delle Soprintendenze svuotate, una risorsa per i beni culturali, che dà lavoro a molti giovani (e meno giovani), ne affina la preparazione di base e dà un supporto indispensabile alle attività di tutela e di valorizzazione dello Stato.

Ma non è regolamentata in modo serio. Oltre ai difetti, ben noti, delle regole sul lavoro precario (comuni a tutti i settori del lavoro) manca, completamente, una serio riconoscimento professionale che consenta agli archeologi di mettere a disposizione dell’amministrazione e del patrimonio le loro competenze e capacità in modo dignitoso, un riconoscimento che stabilisca diritti e doveri in modo inequivocabile.

Ci sono state iniziative in questo senso.

Unilaterali, pasticciate, inadeguate e insufficienti se non offensive e illegittime. Come l'istituzione dell’elenco dei soggetti idonei ad effettuare le indagini archeologiche preliminari alla progettazione delle opere pubbliche, richieste dalla cosiddetta legge sull’archeologia preventiva contenuta nel Codice dei contratti pubblici (DLgs 163/2006, att. 95-96).

Come è possibile che il patrimonio culturale –uno dei più quantitativamente consistenti del mondo, ci fanno continuamente notare- non rappresenti, in Italia, una prospettiva di lavoro, non dico sicura, ma almeno probabile?

Non lo è.

Lo Stato che non può, ovviamente, assorbire tutti potrebbe, però, garantirsi un supporto, esterno ma interconnesso in un sistema equilibrato di diritti e doveri, qualificato, aggiornato e diversificato, prendendo in considerazione l’idea di riconoscerne l’esistenza. 



In tanti anni ormai che sto sulla porta del mondo dei beni culturali è la prima volta che si presenta un’occasione così favorevole a rilanciare la questione.

E non importa se, come ho detto all’inizio, l’interesse è strumentale.

E non importa se l’interesse si sta affievolendo – la questione è minimale ha detto l’On. Bocchino. Sarà minimale per lui. Non per me. Non per il patrimonio culturale. Non per l’Italia.

Se la volontà è quella di ridare una qualche dignità all’Italia, da qualcosa bisogna ripartire.

Perché non da questo? Perché non anche da questo?

Sono state dette e scritte molte parole in questi giorni. Sulla necessità di investire nella cultura, sul valore della cultura ecc. ecc. Servono i fatti. Oggi, non domani. Non è più tempo delle attese.

Forse si può passare dalle parole ai fatti, se non cala, di nuovo, l’irresponsabile e inaccettabile silenzio di sempre.

CULTURA
30 novembre 2010
Appello per Pompei e la cultura. La risposta del Ministro

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permalink | inviato da giovisp il 30/11/2010 alle 16:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
30 novembre 2010
I beni culturali muoiono e noi NON POSSIAMO stare a guardare

Voglio ringraziare il presidente dell'Associazione Nazionale Archeologi Tsao Cevoli e l'ANA tutta per l'intervento alla conferenza stampa di presentazione dell'appello al Presidente della Repubblica in favore dei beni culturali, con il quale sono state proposte misure concrete per non stare a guardare inerti lo sfacelo del settore:


"riconoscimento legislativo e regolamentazione della professione di archeologo e delle altre professioni dei beni culturali" 

"rafforzare le strutture pubbliche di tutela", cui gioverebbe "provvedere all'assunzione degli idonei dell'ultimo concorso e a bandire nuovi concorsi per il Ministero"

(per il resoconto dettagliato dell'intervento dal quale sono tratte le citazioni vedi: http://www.archeologi.org/web/news.asp?id=651)


Misure concrete quelle proposte dall'ANA, non parole a vanvera che, onestamente, ci hanno stancato.

Misure concrete, dalle quali può ripartire una politica seria dei beni culturali.

Qualcosa si deve fare e qualcosa si può fare.


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permalink | inviato da giovisp il 30/11/2010 alle 16:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
30 novembre 2010
Firmate appello Pompei e la cultura
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per riflettere sulla necessità di ridare, o no?, senso alla memoria come valore collettivo da salvaguardare, sulla necessità di ridare, o no?, senso al patrimonio culturale (un senso che non sia esclusivamente quello della presunta ricaduta economica..), sulla necessità di ridare, o no?, senso all’educazione culturale e storica.




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